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“A tutti gli uomini liberi e forti,
che in questa grave ora
sentono alto il dovere
di cooperare ai fini supremi della Patria,
senza pregiudizi né preconcetti,
facciamo appello perchè,
uniti insieme,
propugnino nella loro interezza
gli ideali di giustizia e di libertà”
Luigi Sturzo

Banche. Storia ed attualità. Brescia

Da non pochi mesi diverse banche italiane presentano gravissime difficoltà. Istituti di ogni sorte: già quotati come Banca Etruria, quotati e con le loro specificità come Mps e Carige, Popolare Vicenza e Veneto Banca, di medie come Banca Marche, “piccole” come Ferrara, Rimini, Cesena, Chieti, Popolari calabresi, Bcc di Padova, ecc.

Le crisi di singole banche o, in casi estremi, anche del sistema bancario sono realtà di ogni paese sviluppato. In Italia, basti ricordare il vecchio Ambrosiano e la Banca Romana.

E Brescia?

Pur avendovi sede ben sette società quotate, seconda città lombarda, non ha neppure la presenza di una banca quotata. Già sede di ben tre banche quotate, ai vertici europei, per redditività e soddisfazione complessiva di tutti gli “stakeholder”, definite le “tre Leonesse” d’Italia: CAB, Banca San Paolo e Bipop. 

Almeno due crisi “sistemiche” hanno purtroppo coinvolto due istituti bresciani: la crisi prima economica, poi finanziaria, infine, “politica” che ha colpito l’allora Unione Bancaria Nazionale, già Banco Mazzola, Perlasca & C., quasi novanta anni fa e più vicina la vicenda di Bipop – Carire.

Brescia ha vissuto situazioni sostanzialmente assimilabili a quelle odierne di dissesti bancari, o erano episodi oggettivamente diversi?

L’evento più traumatico, con perfino la “corsa agli sportelli”, per ritirare i risparmi si è verificato col dissesto della Unione Bancaria Nazionale (UBN), istituto bresciano, di dimensioni medio – grandi, specie per l’epoca, avendo anche conglobato banche a Lodi, Como, Monza e presenze in Veneto. Dopo la crisi del 1929, l’istituto di convinta matrice liberal-cattolica si trovava, come quasi tutto il sistema (mondiale), in difficoltà. E’ stato storicamente provato e documentato, peraltro con illuminanti passaggi anche del “bresciano” Governatore di Banca d’Italia, Guido Carli, che la “messa in sicurezza” dell’istituto era facilmente percorribile e fu infatti intrapresa per numerosissime altre banche.

Allora che cosa non “funzionò”, tanto da far dichiarare il “fallimento” e far scomparire l’Unione? I vertici della Banca si opposero ad aderire ad una sorta di “protettorato” bancario, di chiara matrice fascista, impegnandosi invece per divenire il nuovo punto di partenza di una più ampia fusione fra banche di ispirazione liberal-cattolica. Il progetto svanì con la “politica” interdizione e l’immediato sostanziale blocco della operatività, voluto dalla banca centrale: circostanza che, in qualunque contesto, anche odierno, priverebbe ogni istituto delle risorse minimali. I processi videro tutti i vertici della UBN assolti con la formula “perché il fatto non sussiste”, riconoscendo anzi la correttezza, capacità e professionalità dei vertici della banca. Al termine della liquidazione coatta emergenziale, furono soddisfatti pressochè integralmente tutti i creditori: circostanza ancor più eccezionale. Solo la politica potè dissipare l’Unione Bancaria, sulle cui spoglie “gloriose” cresceranno anche il CAB e la San Paolo.

Quindi, il primo “crack” bresciano non è neppure paragonabile alle odierne crisi, accennate in apertura.

Veniamo al secondo episodio, quello della Banca Popolare di Brescia, Bipop. Contesto storico completamente diverso: gli anni del boom dell’online, dei pionieri di internet, dello sviluppo nazionale ed internazionale, anche dei gioielli Fineco ed Azimut. Valutazioni di acquisizioni all’estero, fra cui la tedesca Entrium, forse eccessive, con troppo ottimismo sullo sviluppo della new economy, peraltro confermato da tutti i soloni di allora, con il valore dell’azione in forte crescita. E poi il tracollo: borsistico, di immagine, di finanziamenti, di bilancio, infine il “salvataggio pilotato” da parte della Banca di Roma. Su quale delle due banche abbia davvero “salvato” l’altra, ci sono sentenze, a favore degli azionisti “ex Bipop”. Certo che Fineco a, oggi società quotata del Gruppo Unicredit, è rimasta forse un gioiello ed Azimut è anch’essa fra le principali società di Borsa Italiana.

Anche il secondo “crack” bresciano ha una genesi e un epilogo ben diverso dagli ultimi salvataggi bancari.

Brescia, non ha più le tre straordinarie leonesse, non ha neppure una banca quotata, ma non ha l’onta di crisi bancarie, o di salvataggi di sistema, di cui sentirsi “colpevole”. E’ un fondamentale punto di partenza, per la rinascita della Leonessa d’Italia.        

Bartolomeo Rampinelli Rota

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